Ci sono persone che riescono a essere felici per ciò che ottengono gli altri e persone che, invece, vivono ogni risultato altrui come se fosse qualcosa che viene sottratto loro, una specie di ingiustizia personale da correggere con un commento, un’insinuazione o una battuta fatta quando l’interessato non è presente. Ho osservato spesso questo modo di vivere i rapporti umani e professionali, e continuo a chiedermi quanta energia venga sprecata per giudicare ciò che appartiene agli altri, energia che potrebbe essere usata per migliorare qualcosa di sé.
Non ho mai guardato lo stipendio di un collega pensando che quei soldi dovessero essere miei, non ho mai considerato una promozione altrui una sconfitta personale e non ho mai avuto bisogno di sminuire qualcuno per sentirmi più competente. Se una persona guadagna più di me sono felice per lei, se è preparata e soprattutto umile provo a imparare, perché trovare qualcuno che conosce ciò che io non conosco è una fortuna, non una minaccia. Posso fare domande, confrontarmi, cambiare idea e ammettere un errore, senza che questo tolga nulla al valore del mio percorso.
Per questo mi sorprende chi conosce o pretende di conoscere il valore economico del mio lavoro, ma non si interessa al lavoro stesso, chi discute ciò che guadagno senza conoscere gli accordi, le responsabilità, il tempo dedicato a studiare e tutto ciò che faccio anche quando nessuno me lo chiede. A volte sembra che basti una cifra, vera o immaginata, per trasformare una persona in un bersaglio e autorizzare giudizi sulle sue competenze, magari pronunciati da chi non ha mai avuto la curiosità di chiedere come funzioni davvero ciò che sta criticando.
Il mio rapporto con l’informatica non si è mai fermato all’idea di scrivere istruzioni per una macchina, ho sempre voluto comprendere i sistemi, trovare collegamenti, riparare ciò che non funziona, sperimentare, studiare nuove possibilità e interrogarmi anche sulle conseguenze delle tecnologie che utilizziamo. Mi interessano la programmazione, l’architettura, l’automazione, la sicurezza, l’intelligenza artificiale diventata da nemica a strumento utile e l’etica, non perché sia obbligato a occuparmi di tutto o perché mi consideri migliore degli altri, ma perché la curiosità è parte di ciò che sono. Non considero questo percorso una medaglia, lo considero un impegno che continua e che comporta anche la possibilità di sbagliare.
Chi mi conosce davvero sa che non ho problemi a riconoscere una competenza superiore alla mia, anzi, un professionista capace che sa spiegare senza umiliare vale molto più di cento persone impegnate a difendere il proprio piccolo territorio. La vera sicurezza non consiste nel sapere tutto, ma nel non aver paura di ciò che ancora non si sa, mentre la presunzione comincia proprio quando una persona smette di ascoltare e trasforma ogni confronto in una gara da vincere.
Esiste però una differenza tra una critica e il pettegolezzo, la prima porta fatti, ragionamenti e possibilmente alternative, il secondo ha bisogno di corridoi, allusioni e persone assenti. Se una mia soluzione è sbagliata voglio saperlo, se esiste un metodo migliore voglio comprenderlo, se ho commesso un errore voglio correggerlo, ma un giudizio ripetuto alle spalle non diventa vero soltanto perché qualcuno lo racconta con convinzione. Trovo particolarmente singolare che a volte chi crea più confusione sia anche chi dispensa con maggiore facilità lezioni di professionalità, come se parlare del lavoro degli altri potesse sostituire la responsabilità del proprio.
Non considero mediocre chi guadagna meno, chi ha studiato meno, chi svolge bene il proprio incarico senza desiderare altro o chi incontra difficoltà, ognuno ha una storia e priorità che meritano rispetto. La mediocrità che contesto è un comportamento, è non voler imparare ma pretendere di insegnare, non ammettere gli errori ma cercarli ossessivamente negli altri, rivendicare meriti senza assumersi responsabilità, lamentarsi della crescita altrui senza investire nella propria. Se qualcuno pensa di essere sottopagato ha tutto il diritto di chiedere un riconoscimento, di negoziare o di contestare un’ingiustizia, ma non acquisisce per questo il diritto di demolire la reputazione di un collega.
Ho chiamato questa riflessione “la rivincita dei numeri secondi” pensando ai numeri composti, che possono sembrare meno speciali dei numeri primi, eppure possiedono strutture e proprietà che non hanno bisogno di somigliare a quelle di nessun altro per avere valore. È una metafora di ciò che accade quando etichettiamo le persone troppo in fretta, quando decidiamo chi merita e chi no osservando soltanto un ruolo, un titolo o una busta paga, dimenticando che ciò che una persona è non può essere ridotto alla categoria in cui qualcuno ha scelto di collocarla.
Non pretendo l’ammirazione di nessuno e non chiedo che ogni mio progetto venga approvato, pretendo però che il confronto resti un confronto e che una critica abbia almeno il coraggio dei fatti. Non chiederò scusa perché continuo a imparare, perché mi interessano argomenti che vanno oltre le mansioni assegnate, perché cerco di dare un valore al mio lavoro e perché ho scelto di negoziare le condizioni che ritengo giuste. Posso sbagliare, posso migliorare e posso ascoltare chiunque abbia qualcosa da insegnarmi, non devo invece accettare che un’insinuazione venga scambiata per una valutazione seria.
La mia lezione è questa, se qualcuno ha più di me gli auguro di continuare a crescere, se sa più di me gli chiedo di insegnarmi, se è in difficoltà provo ad aiutarlo e se mi dimostra che ho torto lo ringrazio, perché il valore degli altri non sottrae nulla al mio. A chi preferisce misurare la mia vita anziché occuparsi della propria lascio la libertà delle sue opinioni, ma non quella di trasformarle automaticamente in verità. Io ho ancora problemi da risolvere, idee da sviluppare e molto da imparare, e non intendo perdere tutto questo tempo in una competizione alla quale non mi sono mai iscritto. La mia rivincita non è vedere qualcuno fallire, è continuare a crescere senza diventare ciò che critico.
