Non serve soffrire per capire

ragno sullo specchietto al tramonto ragno sullo specchietto al tramonto

Il dolore ci costringe a rallentare, interrompe quella specie di movimento automatico con cui attraversiamo le giornate, ridimensiona improvvisamente cose che fino al giorno prima sembravano indispensabili e ne ingrandisce altre che avevamo ignorato, forse è anche per questo che abbiamo imparato ad attribuirgli un valore quasi educativo, come se ogni sofferenza dovesse necessariamente contenere una lezione e come se, una volta superata, dovessimo perfino sentirci in dovere di ringraziarla.

Eppure continuo a chiedermi se sia davvero così, se sia il dolore ad insegnare oppure se faccia soltanto qualcosa di molto più semplice, impedirci per qualche tempo di continuare a distrarci, perché quando stiamo male non diventiamo automaticamente più profondi, semplicemente non riusciamo più ad evitare alcune domande, non possiamo correre alla stessa velocità di prima, non possiamo riempire ogni spazio con impegni, persone, rumore o abitudini e rimaniamo più vicini a noi stessi, quindi forse ciò che chiamiamo insegnamento del dolore nasce proprio da questo spazio forzato che si crea quando non abbiamo più abbastanza forza per scappare da ciò che normalmente lasciamo indietro.

Il problema è che intorno alla sofferenza si è costruita anche una strana cultura della saggezza, soprattutto da parte di chi ha più anni, più esperienze e più sconfitte da raccontare, perché l’età porta certamente con sé una quantità maggiore di episodi vissuti, ma non necessariamente una maggiore capacità di comprenderli e ancora meno il diritto di trasformare ogni ferita altrui in un’occasione per impartire una lezione.

Quando una ferita è fresca arrivano spesso le spiegazioni, le paternali, i confronti, le frasi secondo cui un giorno capiremo, che quello che è successo ci renderà più forti, che loro ci sono già passati e quindi sanno esattamente cosa stiamo vivendo, ma forse è proprio in quel momento che le parole servono meno, perché una persona che soffre non ha necessariamente bisogno che qualcuno trasformi subito quello che sta vivendo in una morale, qualche volta avrebbe soltanto bisogno che nessuno provasse ad attribuire un significato a qualcosa che lei stessa non è ancora riuscita nemmeno a comprendere.

Essere più anziani può voler dire aver sofferto di più, aver commesso più errori, aver attraversato situazioni che altri devono ancora incontrare, ma tutto questo non dimostra automaticamente di averne ricavato qualcosa, perché si può vivere molto e capire poco, così come si può osservare con attenzione la vita degli altri, imparare dagli errori che non abbiamo ancora commesso e comprendere alcune cose senza avere necessariamente bisogno di distruggerci prima.

Io non credo di dover soffrire per imparare, non credo nemmeno che tutti debbano farlo, anche se qualche volta sembra che alcune persone riescano a comprendere una cosa soltanto quando quella stessa cosa entra violentemente nella loro vita, quando smette di essere un concetto e diventa una conseguenza, ma questo non rende la sofferenza necessaria, dimostra soltanto che non tutti possediamo la stessa capacità di osservare ciò che accade prima che ci riguardi direttamente.

Forse una forma più alta di maturità consiste proprio nel riuscire ad imparare prima, nel capire una perdita senza dover perdere necessariamente qualcosa, nel comprendere una responsabilità prima di essere costretti ad assumerla, nel riconoscere il dolore di qualcuno senza pretendere di provarne uno identico per considerarlo reale.

Eppure esiste un’altra forma di sofferenza ancora più particolare, quella che non arriva completamente dall’esterno, quella che in qualche modo costruiamo noi attraverso promesse, condizioni e piccoli patti silenziosi che nessuno ci ha chiesto di fare.

Mi è successo tornando a casa in macchina, sul veicolo si era appoggiato un piccolo ragno saltatore, probabilmente era finito lì per caso e altrettanto per caso si era ritrovato a dover resistere all’aria mentre guidavo, lo vedevo aggrapparsi con tutta la sua forza alla superficie, spostarsi leggermente, fermarsi, ricominciare a resistere, ed io continuavo a guardarlo pensando che probabilmente non sarebbe riuscito ad arrivare molto lontano.

Ad un certo punto, senza una ragione precisa, feci un patto con me stesso, se quel ragno fosse riuscito ad arrivare fino a casa lo avrei salvato, gli avrei preparato una piccola teca di vetro, lo avrei nutrito e avrei cercato di farlo vivere, forse perché vederlo resistere in quel modo aveva trasformato una casualità in qualcosa che nella mia testa meritava una ricompensa.

La cosa strana è che, dal momento in cui formulai quel pensiero, il ragno smise di essere soltanto un animale capitato per caso sulla mia macchina e diventò una responsabilità, anche se quella responsabilità non esisteva realmente, perché non ero stato io a mettere il ragno sullo specchietto sinistro, non ero responsabile della sua presenza, non potevo fermare il viaggio ogni volta che la strada diventava pericolosa per lui, non avevo nessun obbligo naturale nei suoi confronti, eppure era bastato formulare una promessa dentro di me perché improvvisamente iniziassi a sentirmi coinvolto nel suo destino.

A circa dieci minuti da casa arrivò una curva, il ragno si staccò dalla superficie e per qualche momento rimase sospeso, attaccato ad un filo della sua ragnatela, continuò a resistere anche in quel momento, poi non lo vidi più, non so se sia caduto sull’asfalto, se il vento lo abbia portato sull’erba, se sia riuscito ad aggrapparsi altrove, non so nemmeno se sia sopravvissuto.

Quello che ricordo con maggiore chiarezza è invece la sensazione che provai subito dopo, perché insieme al dispiacere sentii qualcosa di simile al sollievo e questa reazione inizialmente mi sembrò quasi sbagliata, come se essere sollevato significasse in qualche modo essere contento della sua sorte, ma non era questo, ero sollevato perché la promessa non dipendeva più da me, non avevo scelto di abbandonarlo, non avevo deciso di tradire il patto che avevo fatto, semplicemente era accaduto qualcosa che aveva reso quella promessa impossibile e insieme al ragno era sparita anche una responsabilità che, fino a pochi minuti prima, non esisteva e che ero stato io stesso a creare.

Questa cosa mi ha fatto pensare a quante volte facciamo qualcosa di simile senza rendercene conto, quante volte trasformiamo una possibilità in un obbligo, un desiderio in una promessa, una coincidenza in un segnale, una capacità in una responsabilità, come se il fatto di poter fare qualcosa significasse automaticamente essere tenuti a farla.

Forse molte delle nostre colpe nascono proprio qui, non da qualcosa che abbiamo realmente fatto, ma da ciò che immaginiamo avremmo potuto fare, avrei potuto salvarlo, avrei potuto fermarmi, avrei potuto accorgermene prima, avrei potuto scegliere diversamente, ed è proprio in questo passaggio che il verbo potere diventa con facilità il verbo dovere e nasce una forma molto particolare di colpa, perché iniziamo a giudicare noi stessi non soltanto per le nostre azioni, ma anche per tutte le possibilità che non abbiamo realizzato.

È un meccanismo pericoloso, perché le possibilità sono infinite mentre noi siamo necessariamente limitati, potremmo sempre fare qualcosa in più, aiutare qualcuno in più, capire prima, essere più presenti, sacrificare più tempo, evitare più errori, e se trasformassimo ogni possibilità in una responsabilità finiremmo inevitabilmente per essere colpevoli di qualcosa in ogni momento.

Forse alcuni dei patti che facciamo con noi stessi servono proprio a delimitare questo spazio, se succede una determinata cosa allora agirò, se supera quella prova allora me ne occuperò, se ricevo quel segnale allora farò quella scelta, come se avessimo bisogno di stabilire regole artificiali per decidere quando una responsabilità comincia e quando possiamo considerarci liberi da essa.

A volte questi patti diventano perfino una specie di espiazione, soprattutto quando ci portiamo dietro colpe che non sappiamo spiegare con precisione, perché sentiamo di dover compensare qualcosa, essere più disponibili, rinunciare a qualcosa, soffrire abbastanza da meritare una successiva tranquillità, ma una colpa senza un’azione concreta rischia di diventare semplicemente un debito senza creditore e un debito senza creditore non può essere veramente pagato, forse è per questo che alcune persone continuano ad espiare per anni, non perché abbiano realmente qualcosa da espiare, ma perché non esiste nessuno in grado di dire loro che il conto è finalmente chiuso.

Il ragno sulla mia macchina mi ha fatto pensare anche ad una distinzione che può sembrare banale e invece cambia completamente il modo in cui interpretiamo molte situazioni, essere la causa materiale di qualcosa non significa necessariamente esserne moralmente responsabili, la macchina sulla quale viaggiava era la mia, il movimento dell’aria dipendeva dalla mia velocità, la curva durante la quale si è staccato è stata percorsa da me, eppure sarebbe assurdo concludere che io abbia volontariamente creato quella situazione o che fossi responsabile della sua presenza lì.

Siamo spesso dentro gli eventi senza esserne gli autori, a volte contribuiamo ad una conseguenza senza averla voluta, altre volte avremmo teoricamente potuto impedirla ma soltanto pagando un prezzo sproporzionato o conoscendo in anticipo qualcosa che non potevamo conoscere, e riconoscere questi limiti non significa sottrarsi alle proprie responsabilità, significa evitare di estenderle fino a renderle infinite.

Prendersi cura è una scelta, sentirsi obbligati a salvare tutto ciò che incontriamo è un’altra cosa, forse il confine tra le due è proprio la libertà, perché la cura esiste quando posso scegliere di assumermi una responsabilità e continuare a riconoscerla come mia, mentre l’espiazione comincia quando sento di doverlo fare senza riuscire più a spiegare per quale colpa sto pagando.

Ed è qui che torno al dolore, perché anche con il dolore possiamo commettere lo stesso errore, trasformare qualcosa che qualche volta produce consapevolezza in qualcosa che consideriamo necessario per meritarla, convincerci che senza sofferenza non esista crescita e che una vita meno tormentata produca automaticamente persone più superficiali.

Io non credo sia così, credo che il dolore possa mostrarci qualcosa perché ci ferma abbastanza a lungo da obbligarci a guardare, ma credo anche che la vera evoluzione inizi quando riusciamo a guardare senza avere bisogno che qualcosa prima ci spezzi, perché se per comprendere ogni cosa dobbiamo necessariamente perderla, distruggerla oppure soffrire abbastanza, allora forse non abbiamo imparato dal dolore, abbiamo soltanto imparato ad aspettarlo.

La consapevolezza dovrebbe fare qualcosa di diverso, dovrebbe permetterci di anticipare almeno una parte delle conseguenze, riconoscere i nostri limiti, distinguere una responsabilità reale da una responsabilità immaginata e soprattutto capire che non tutto ciò che avremmo potuto salvare era necessariamente nostro da salvare.

Quel ragno non so dove sia finito, potrebbe essere sopravvissuto oppure no e probabilmente non lo saprò mai, so però che per alcuni minuti avevo trasformato la sua sopravvivenza in una mia responsabilità, poi il caso ha sciolto il patto che avevo costruito e mi sono sentito sollevato, non perché desiderassi che accadesse qualcosa al ragno, ma perché non ero più costretto a decidere cosa fare di una responsabilità che mi ero attribuito da solo.

Forse crescere significa anche questo, imparare ad assumersi completamente ciò che ci appartiene senza utilizzare il caso come scusa per sottrarci alle nostre responsabilità, ma allo stesso tempo senza appropriarci di tutte quelle che incontriamo lungo la strada, perché esiste certamente la colpa di chi avrebbe dovuto agire e non lo ha fatto, ma esiste anche il peso inutile di chi si considera responsabile semplicemente perché era presente, perché avrebbe potuto fare qualcosa oppure perché, per un momento, ha immaginato di poter salvare ciò che aveva davanti.

Non tutto ciò che perdiamo ci apparteneva, non tutto ciò che potevamo impedire eravamo obbligati ad impedirlo, non tutto ciò che ci fa soffrire contiene necessariamente una lezione, forse non diventiamo persone migliori perché abbiamo sofferto abbastanza, ma quando riusciamo a comprendere qualcosa prima che sia necessario soffrire per capirla.

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