Domani si ritorna a lavoro.
Già questa frase, detta così, sembra quasi una condanna da scontare, come se qualcuno avesse pronunciato il giudizio e noi dovessimo presentarci spontaneamente sul luogo del delitto. In realtà il ritorno al lavoro è soltanto uno dei tanti ritorni che facciamo nella vita: si ritorna a scuola, a una relazione, a un’abitudine, a un progetto lasciato a metà, a un’idea che avevamo accantonato perché sembrava troppo complicata, oppure semplicemente a noi stessi dopo esserci persi per un po’.
Domani non sarò certo l’unico a ricominciare qualcosa. Qualcuno tornerà al lavoro, qualcuno riaprirà un libro lasciato sul comodino, qualcuno riprenderà un progetto, qualcuno tornerà ad allenarsi, qualcuno ricomincerà a cercare una persona, un’occasione o semplicemente un po’ di equilibrio. Cambiano le situazioni, ma il meccanismo è lo stesso: a un certo punto ci ritroviamo davanti a qualcosa che avevamo lasciato e dobbiamo decidere con quale energia tornarci: con la stessa grinta, con più entusiasmo, con meno aspettative o semplicemente con una consapevolezza diversa.
Oggi, tra l’altro, ho visto parecchi cavalli fuori da un maneggio. Intorno c’erano diverse balle di fieno e, a quanto pare, di balle ce n’erano parecchie. Ma probabilmente, in certi ambienti, se ne producono molte di più senza bisogno di coltivarle.
Naturalmente non mi riferisco a qualcosa in particolare. Del resto, il futuro è sempre pieno di sorprese.
Il problema, quando si ricomincia qualcosa, non è tanto ricominciare. È capire come si ritorna.
Perché possiamo tornare esattamente come eravamo prima, riprendendo gli stessi automatismi, le stesse lamentele, gli stessi discorsi e persino gli stessi errori, oppure possiamo tornare con uno sguardo leggermente diverso, allargando gli orizzonti.
Un ritorno non dovrebbe essere una semplice inversione di marcia. Dovrebbe essere una verifica, una nuova prospettiva e, perché no, un’occasione per migliorare.
Sono ancora la persona che ero quando sono partito?
Ho imparato qualcosa?
Ho cambiato idea su qualcosa?
Ho capito che alcune cose meritavano davvero la mia attenzione e altre, invece, potevano tranquillamente essere lasciate a marcire insieme alle balle?
La vita è piena di ripartenze e spesso ci comportiamo come se ogni ritorno fosse obbligato a restituirci qualcosa.
Torniamo al lavoro aspettandoci riconoscimento.
Torniamo a un progetto aspettandoci risultati.
Torniamo da qualcuno aspettandoci che abbia capito.
Torniamo a un’attività aspettandoci che questa volta tutto funzioni.
Poi scopriamo che il mondo, nel frattempo, non ha firmato nessun contratto con noi.
Il ritorno non garantisce niente.
Ed è forse proprio questo il suo valore.
Perché il vero risultato non è necessariamente quello che troviamo al nostro ritorno, ma quello che siamo diventati durante l’assenza.
Possiamo tornare nello stesso ufficio, nello stesso ambiente, davanti alle stesse persone e perfino ascoltare le stesse parole, ma non siamo obbligati a essere esattamente gli stessi.
Possiamo ascoltare senza assorbire o ascoltare per imparare.
Rispondere senza reagire o reagire con i fatti.
Osservare senza dover giudicare tutto.
Possiamo scegliere quali battaglie meritano davvero la nostra energia.
Questa, per me, è una forma di intelligenza molto più utile della capacità di avere sempre ragione.
Perché avere sempre ragione è relativamente semplice.
Il difficile è capire quando vale la pena dimostrarlo.
Ed è qui che l’ironia diventa utile.
Socrate aveva fatto dell’ironia qualcosa di molto più profondo di una semplice battuta: metteva in discussione ciò che sembrava ovvio e costringeva chi aveva davanti a guardare le proprie certezze da un’altra prospettiva. Secoli dopo, Kierkegaard avrebbe dedicato proprio all’ironia socratica la sua tesi del 1841.
Forse è proprio questo il punto: l’ironia non serve necessariamente a prendere in giro qualcuno. Può servire a prendere una certa distanza da ciò che stiamo vivendo, abbastanza da riuscire a guardarlo senza esserne completamente travolti.
Ci sono situazioni in cui potremmo indignarci, spiegare, correggere, contestare, produrre documenti, convocare commissioni e probabilmente fondare una piccola repubblica indipendente.
Oppure possiamo semplicemente osservare. A volte basta essere pazienti.
Anzi, qualche volta è persino più elegante.
Perché il sarcasmo intelligente non serve a umiliare qualcuno. Serve a mettere una distanza tra noi e l’assurdità che stiamo osservando.
Quella distanza può salvarci dalla tentazione di diventare parte dell’assurdità.
Domani quindi ritorno a lavoro. Non so cosa troverò o forse si.
Probabilmente persone, problemi, cose sensate, cose meno sensate e una quantità variabile di situazioni che richiederanno pazienza, attenzione e magari qualche sorriso interiore.
Ma il punto non è quello.
Il punto è che non voglio tornare semplicemente dove ero.
Voglio tornare sapendo qualcosa in più su di me.
Perché il ritorno più importante non è quello che ci riporta nello stesso posto.
È quello che ci permette di tornarci senza aver perso noi stessi.
Forse questo vale per tutti i ritorni, non soltanto per quelli che chiamiamo ripartenze. Ogni volta che riprendiamo qualcosa, possiamo limitarci a ripetere il passato oppure possiamo portarci dietro ciò che abbiamo imparato nel frattempo.
Non sempre avremo cambiato il mondo.
A volte sarà già abbastanza non permettere al mondo di cambiare noi nella direzione sbagliata.
Forse questa è l’unica vera forma di successo che non ha bisogno di essere fotografata, pubblicata o raccontata a nessuno.
Se alla fine della giornata siamo ancora noi, ma un po’ più lucidi di prima, allora qualcosa è tornato al posto giusto.
Il resto?
Be’, quello lasciamolo pure al maneggio.
