Il conformismo al contrario
Non mi sono mai sentito particolarmente portato per il conformismo. Diciamo che, se vedo una fila di cento persone andare da una parte, la prima cosa che mi viene da fare è andare dalla parte opposta o almeno controllare dove stiano andando, non mettermi in coda. Un po’ come nei film horror: senti rumori inquietanti fuori casa, è notte, fa freddo, c’è una tempesta e, invece di chiuderti dentro, vedi la tipa che esce mezza nuda con il mattarello in mano per andare a controllare cosa sta succedendo. Io, sinceramente, prima guarderei dalla finestra, altrimenti continuo a fare quello che stavo facendo. Magari sono anticonformista, ma non necessariamente pirla da andarmele a cercare. Film horror finito dopo 10 minuti. Ma solo a me fanno ridere?
Questo non significa che io sia immune dalle mode, dai social o dalle stranezze collettive. Sono umano anch’io, purtroppo, e ogni tanto riesco persino a comportarmi come una persona normale. Ma cerco almeno di capire perché lo sto facendo.
Quando condividere diventa competere
Sui social, per esempio, osservo parecchia gente fotografare la propria vita come se dovesse presentarla a una commissione internazionale per l’assegnazione del premio “Guardate quanto sto bene, pezzenti”.
Non mi dà proprio affatto fastidio.
Anzi, se una persona è felice, si diverte, va in vacanza, mangia in un posto bellissimo o finalmente riesce a fare qualcosa che desiderava, sono sinceramente contento per lei. Non ho bisogno che stia peggio per sentirmi meglio come i rosiconi.
Io stesso pubblico, osservo e qualche volta mi lascio prendere dal meccanismo. La differenza è che cerco di non confondere il piacere di condividere qualcosa con il bisogno di dimostrare qualcosa.
Quello che mi incuriosisce è il momento in cui la felicità smette di essere felicità e diventa una gara.
Perché allora non stiamo più semplicemente vivendo qualcosa, la stiamo esibendo, documentandola e possibilmente facendo sapere agli altri che la stiamo vivendo molto meglio di loro.
Io guardo tutto questo con una certa distanza, anche perché non ho mai avuto una particolare vocazione a fare ciò che non mi va solo perché lo fanno tutti. A volte, anzi, temo di essere anticonformista persino quando non ce n’è alcun bisogno. Se tutti vanno a sinistra, io rischio seriamente di chiedermi se per caso non sia meglio andare a destra, anche quando non ho la minima idea di cosa ci sia a destra.
L’anticonformismo può diventare conformismo
Insomma, anche il mio anticonformismo qualche volta rischia di diventare una forma di conformismo al contrario. Questa, almeno, riesco a riconoscerla.
Forse è proprio questo che mi diverte: non tanto quello che fanno le persone, ma cercare di capire perché lo fanno. Non per giudicarle, ma perché trovo curioso il modo in cui riusciamo a complicarci la vita anche quando, apparentemente, basterebbe viverla.
Però una cosa l’ho imparata: capire le persone non significa dar loro sempre ragione.
Posso comprendere perfettamente perché qualcuno faccia una cosa e contemporaneamente pensare che sia una gigantesca stupidaggine.
Posso essere felice per te senza desiderare la tua vita.
Perché credo che ognuno di noi debba essere felice di ciò che è riuscito a costruire con i propri sacrifici, la propria volontà e il proprio rispetto.
Posso non giudicarti senza rinunciare al mio giudizio.
Posso perfino essere empatico senza arrivare a quel meraviglioso punto in cui, per non offendere nessuno, cominciamo a chiamare tutto “diverso”.
Perché va bene la comprensione, l’empatia e mettersi nei panni degli altri.
Ma per favore, cerchiamo di non confondere la cacca con la cioccolata.
Non è mancanza di sensibilità. È che comprendere qualcuno non significa dover considerare buona qualsiasi cosa faccia.
“Me vo’ dì che la merda è bona?” 😂
Questa riflessione sul conformismo si collega al tema più ampio di Essere hacker della vita: osservare ciò che facciamo, mettere in discussione gli automatismi e scegliere con criterio.
