Il mio viaggio: la coerenza di ciò che scrivo

Ci sono momenti in cui quello che scriviamo rimane soltanto un pensiero, una riflessione che nasce davanti a uno schermo e che sembra avere senso perché, mentre la scriviamo, riusciamo a costruire una logica capace di tenere insieme ciò che pensiamo. Poi arriva la vita e qualche volta la vita ci mette davanti alla possibilità di scoprire se quelle parole erano davvero nostre oppure se erano soltanto belle parole.

Io questa volta ho preso la decisione e sono partito.

Non sono partito per dimostrare qualcosa a qualcuno, non sono partito per diventare un esempio e nemmeno per costruire una nuova storia da raccontare. Sono semplicemente salito in macchina e ho iniziato a guidare, ho fatto centinaia di chilometri da solo, passando attraverso strade, altopiani, tornanti, tratti difficili, paesaggi che non conoscevo e percorsi nei quali non avevo nessuno accanto a cui chiedere se stessimo andando nella direzione giusta, eppure sono andato.

Sono arrivato a Lerici, ho visto La Spezia e il suo golfo, le navi della Marina, Riomaggiore, Manarola, Portovenere e poi Genova, con il suo traffico caotico, le sue strade e quella sensazione completamente diversa rispetto ai luoghi da cui ero appena passato.

Ho guardato le Cinque Terre, patrimonio dell’Unesco con gli occhi di chi non ha bisogno di convincersi che qualcosa sia bello soltanto perché tutti dicono che lo è. Le ho viste e ho fatto un confronto con ciò che ho visto, alla fine ho pensato che, per me, Portovenere fosse la più bella.

Forse è proprio questo uno dei significati del viaggiare: non andare a cercare la conferma di ciò che gli altri hanno già deciso per noi, ma permettere a ciò che vediamo di costruire una nostra opinione. Non tutto deve piacerci, non tutto deve emozionarci nello stesso modo e non abbiamo bisogno di essere d’accordo con il mondo per poter riconoscere la bellezza quando la incontriamo.

Ma il viaggio non mi ha fatto riflettere soltanto sui luoghi, mi ha fatto riflettere su me stesso.

Perché qualche centinaio di chilometri in macchina, affrontati da solo, possono sembrare una cosa semplice, quasi banale. Forse lo sono, ma dentro quella semplicità c’è qualcosa che per me ha un significato più grande.

Io ho scritto spesso della solitudine, dell’incompletezza, della necessità di imparare a stare in piedi da soli prima di poter scegliere qualcuno con cui camminare. Ho scritto che non voglio essere un modello, che non voglio considerarmi arrivato e che la coerenza non consiste nel rimanere identici a ciò che eravamo ieri, ma nel continuare a essere fedeli alla volontà di crescere.

Ora mi sono trovato davanti alla possibilità di verificare quelle parole nella realtà.

Potevo aspettare qualcuno, potevo pensare che un viaggio così fosse più bello in compagnia, potevo rimandare. Non l’ho fatto. Sono partito senza pormi problemi.

Questo non significa che io preferisca stare da solo, ed è forse proprio questa la parte più importante che ho capito. Essere capaci di stare da soli non significa desiderare una vita senza nessuno, anzi, forse è proprio quando impariamo a non aver bisogno di qualcuno per poter vivere che possiamo finalmente comprendere quanto sia diverso vivere qualcosa insieme a qualcuno.

Da soli si può fare. Con qualcuno o qualcuna è un’altra cosa.

Questa frase mi è rimasta dentro perché contiene una contraddizione soltanto apparente. Io posso percorrere seicento chilometri da solo, affrontare una strada difficile, arrivare in un posto che non conosco, fermarmi, guardare il mare e decidere cosa penso di ciò che ho davanti, poi posso tornare a casa. Posso vivere.

Ma se avessi avuto accanto qualcuno con cui condividere quel viaggio, qualcosa sarebbe cambiato. Non necessariamente il panorama, non necessariamente la strada, non necessariamente il viaggio stesso, sarebbe cambiato il significato.

Perché vedere qualcosa insieme a qualcuno significa poterlo ricordare insieme. Significa avere una persona che, anni dopo, può dire: “Ti ricordi quella strada?”, “Ti ricordi quel posto?”, “Ti ricordi quando ci siamo fermati lì?”. Improvvisamente un luogo non appartiene più soltanto alla memoria di chi lo ha attraversato, diventa una memoria condivisa.

Questo mi ha fatto comprendere ancora meglio una cosa che avevo già scritto: una vita senza testimoni non è necessariamente una vita vuota, ma alcune esperienze sembrano acquistare una profondità diversa quando esiste qualcuno con cui poterle condividere.

Il testimone, però, non serve a dimostrare che abbiamo vissuto. Io ho vissuto anche senza. Il testimone serve ad amplificare ciò che abbiamo vissuto, ed è una differenza enorme.

Per molto tempo possiamo confondere il bisogno di qualcuno con il desiderio di condividere qualcosa. Sono due cose completamente diverse.

Il bisogno dice: “Senza di te non riesco”. La condivisione dice: “Riesco anche senza di te, ma con te sarebbe diverso”.

La prima può diventare dipendenza. La seconda può diventare una scelta.

Ed è forse qui che la mia esperienza si collega più profondamente a ciò che ho scritto sull’incompletezza.

Non sono partito perché ero completo, non sono partito perché non avevo bisogno di nessuno. Sono partito sapendo di poter vivere anche senza avere accanto qualcuno, ma senza trasformare questa capacità in una condanna alla solitudine.

Perché essere autosufficienti non significa essere completi, essere incompleti non significa essere incapaci. Possiamo essere incompleti e contemporaneamente capaci di stare in piedi, possiamo non avere ancora trovato la persona con cui condividere qualcosa e, nel frattempo, continuare a vivere, possiamo avere ancora qualcosa che ci manca senza considerare quella mancanza una sconfitta.

Questa per me è una forma diversa di libertà: non quella di non aver bisogno di nessuno, ma la libertà di non dover aspettare qualcuno per iniziare a vivere.

Ho sempre pensato che la coerenza fosse qualcosa di molto diverso dalla perfezione. Adesso ho avuto una piccola occasione per verificarlo.

Ho scritto della necessità di continuare a cercare, senza pretese ho cercato. Ho scritto della possibilità di stare in piedi da soli e sono partito da solo. Ho scritto del valore delle persone con cui scegliere di camminare nella stessa direzione e durante il viaggio ho capito ancora meglio perché quella scelta avrebbe valore. Ho scritto che non voglio trasformare ciò che penso oggi in una prigione per domani e questo viaggio mi ha fatto aggiungere qualcosa a ciò che pensavo ieri.

Non ho cambiato idea, l’ho approfondita, questa è la differenza.

La coerenza non consiste nel ripetere per tutta la vita la stessa frase. Consiste nel permettere alla realtà di mettere alla prova ciò che pensiamo senza perdere la volontà di capire.

Per questo oggi posso dire una cosa che forse prima avrei scritto soltanto come riflessione: io so stare da solo, ma non voglio trasformare questa capacità in un alibi per non condividere la mia vita.

Non cerco qualcuno che venga a salvarmi dalla solitudine. Cerco qualcuno con cui poter dire: “Andiamo”, e magari partire senza sapere esattamente dove arriveremo.

Perché il valore di un viaggio non è soltanto nella destinazione. È nelle strade percorse, nelle deviazioni, nei luoghi che non avevamo previsto, nelle cose che scopriamo e nelle persone con cui possiamo raccontarle.

Questa volta ho viaggiato da solo e forse era necessario. Perché se fossi partito con qualcuno, avrei semplicemente fatto un viaggio. Partendo da solo, ho scoperto qualcosa sul viaggio e qualcosa su di me.

Ho scoperto che posso andare, che posso affrontare la strada, che posso vivere un’esperienza senza aspettare che qualcuno arrivi. Ma ho scoperto anche che questa capacità non cancella il desiderio di condividere, lo rende più libero.

Allora forse il senso di tutto ciò che ho scritto fino a oggi è proprio questo: non devo diventare completo per poter vivere, non devo trovare qualcuno per poter partire, non devo smettere di essere solo per poter desiderare compagnia.

Devo soltanto continuare a camminare, da solo quando serve, con qualcuno quando sarà possibile e nella stessa direzione quando entrambi sceglieremo di farlo.

Perché alla fine la mia coerenza non è dimostrare di avere già capito tutto. È vivere abbastanza da poter scoprire se ciò che penso è ancora vero.

Questa volta la risposta è arrivata dalla strada.

Ho scritto di incompletezza, ho scritto della solitudine, ho scritto della condivisione. Poi ho preso la macchina e sono partito.

Forse è proprio questo, più di qualsiasi teoria, che significa essere un hacker della vita:

non limitarsi a scrivere solo il proprio codice, ma avere il coraggio di eseguirlo nella realtà.

Il viaggio non è ancora finito e ce ne saranno moltissimi altri.

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